sabato 20 settembre 2014

Santi per tutte le stagioni:
Gennaro e Rosario

di Giuseppe Verdi


Nel generale tripudio dei partenopei, anche ieri, come ogni 19 settembre, il sangue di san Gennaro si è liquefatto.
Entusiasta, il cardinale Sepe ha affermato “San Gennario è vivo nel suo sangue e ama Napoli”.
Al che, qualcuno ha sussurrato: “E figuriamoci se non l’avesse amata!”
Alla miracolosa cerimonia era presente anche il sindaco della città, Luigi De Magistris, che, da buon laico, ha dichiarato: “Il messaggio di Gesù e di San Gennaro è di amore, unione, solidarietà e vicinanza ai più bisognosi. Così io interpreto in questo giorno. Fare sempre di più per chi ha di meno”.
E poi: “Il mondo laico e religioso si uniscono per un santo che è nel cuore e nel corpo di ognuno di noi”.
No, sindaco. Parli per lei e non a nome del “mondo laico” che, magari, sul quel santo e sul preteso miracoloso nutre qualche piccolo dubbio. E la prossima volta, abbia il buon gusto e la sensibilità di andare a baciare l’ampolla senza la fascia tricolore addosso; è inappropriato compiere quel gesto fideistico in veste di sindaco anziché di privato cittadino.

Stando alla tradizione, Gennaro sarebbe nato a Benevento intorno al 272 e, divenuto vescovo di Napoli e patrono della città, sarebbe morto martirizzato all’inizio del IV secolo, a Pozzuoli. Al riguardo esistono, tuttavia, due versioni.
Secondo la prima, Gennaro fu sbranato dai leoni (insieme ad altri cristiani) nell’anfiteatro; secondo l’altra, invece, le belve (secondo un tipico cliché) si inginocchiarono al cospetto dei condannati, con la conseguenza che la pena fu commutata in decapitazione. Sempre stando alla tradizione, subito dopo l’esecuzione capitale, una parte del sangue di Gennaro sarebbe stato raccolto e racchiuso in due ampolle; un racconto, tuttavia, curiosamente recente, dato che apparve per la prima volta solo nel 1579, nel volume del canonico napoletano Paolo Regio su Le vite de’ sette Santi Protettori di Napoli.
Nei primi decenni del V secolo, il duca e vescovo di Napoli Giovanni I trasportò le presunte reliquie del santo nelle catacombe napoletane di Capodimonte. Nei secoli successivi, esse subirono più di un trasloco, fino a giungere nell’abbazia di Montevergine, dove, nel 1305, Carlo II d’Angiò fece esporre per la prima volta le due ampolle alla pubblica venerazione.
Le reliquie fecero ritorno a Napoli nel 1497, grazie alla potente famiglia Carafa, dopo il miracoloso ritrovamento delle ossa del santo, e furono collocate nel Duomo di Napoli, in una cripta realizzata ad hoc al di sotto dell’altare maggiore, per passare poi, nel 1646, nella Cappella del Tesoro di San Gennaro.
La liquefazione del sangue di san Gennaro avrebbe avuto luogo per la prima volta già ai tempi di Costantino, quando, durante il tragitto compiuto per portare le spoglie a Napoli, il corteo avrebbe incontrato Eusebia, la donna che aveva con sè le due ampolline del sangue; ebbene, alla presenza della testa del santo, il sangue nelle ampolle si sarebbe sciolto.
Storicamente, tuttavia, la prima attestazione del miracolo risale al 1389, come riferisce il Chronicon Siculum, quando, durante l’esposizione pubblica delle ampolle, il sangue si liquefece “come se fosse sgorgato quel giorno stesso dal corpo del santo”. La cronaca dell’evento sembra suggerire che il fenomeno si verificasse allora per la prima volta. Oggi, com’è noto, il fenomeno si ripete per tre volte all’anno, ma, manco a dirlo, pur ritenendo il miracolo di san Gennaro scientificamente inspiegabile, la chiesa non obbliga i fedeli cattolici a credere nella sua soprannaturalità; come per molti altri misteri cattolici, infatti, anche quest’evento viene considerato prodigioso e ritenuto meritevole della venerazione popolare.
Che cosa contengono le ampolle di san Gennaro? È davvero sangue umano? Le analisi spettroscopiche porterebbero a ritenere che il liquido miracoloso contenga emoglobina umana; tuttavia, una risposta definitiva si avrebbe solo eseguendo sul sangue un’analisi diretta, vale a dire prelevando dalle ampolle un campione del liquido: operazione per la quale la chiesa, fino a oggi, non ha dato il suo assenso.

L’altro santo di cui desidero occuparmi oggi è, come si legge dal titolo, Rosario. In realtà, si tratta di un santo (o beato) ancora in nuce, diciamo in potenza.
Sto parlando del presidente della mia beneamata regione, la Sicilia. Un destino nel nome, ma un destino disatteso e tradito, giacché uno che si chiama Rosario di nome e pure Crocetta di cognome, non doveva lanciarsi nell’agone politico, ma entrare giovincello in seminario e prendere i voti, dedicando la sua intera vita agli altari, all’ascesi, alla contemplazione.
Vabbe’, pazienza, diranno molti siciliani. In compenso, il presidente non ha mai nascosto non solo la sua omosessualità, ma nemmeno la sua cattolicità. È vero, le due cose non vanno molto d’accordo, visto e considerato che la dottrina cattolica condanna senz’appello i gay e ha continuato fino a tempi recentissimi, per bocca di papa Benedetto XVI, a definirli affetti da un “disordine oggettivo” (leggi qui).
Poco vale. Quando si tratta di scendere a compromessi, si sa, la chiesa non guarda in faccia nessuno ed è pronta ad aprire le porte delle proprie cattedrali a tutti gli esponenti delle “categorie” che essa condanna, a cominciare da divorziati e gay.
Già in campagna elettorale, Crocetta annunciò in un’intervista che in caso di vittoria avrebbe fatto voto di castità (wow) e, una volta conquistata la presidenza, per rimarcare la propria cattolicità, consacrò la Sicilia alla beata vergine durante un incontro presso il santuario della Madonna delle Lacrime a Siracusa, affermando: “la vera religiosità guarda all’uomo e guarda soprattutto ai più deboli…La Sicilia oggi è travolta dal bisogno, dalle ingiustizie e anche da fenomeni degenerativi e da corruzione, ed è su questo che dobbiamo intervenire e credo che possiamo farcela. È arrivato il momento per tutti di rimboccarsi le maniche e avere fiducia nel futuro ed in noi stessi, perché noi siciliani siamo un grande popolo e il fatto di affidare noi stessi ad una grande donna come Maria è un atto semplice di devozione”.
Che meraviglia, che emozione vedere il presidente in ginocchio nella celebre chiesa aretusea mentre affida la Sicilia a Maria! Peccato, però, che abbia dimenticato come quasi duemila anni fa, secondo la tradizione, già Messina si sarebbe consacrata alla madonna, affidandosi alla sua protezione e ricavandone secoli di invasioni, epidemie e terremoti. Tanto varrebbe affidarsi a Scilla e Cariddi, presidente, chiedendo loro, magari, di farsi una nuotata e venire a stabilirsi davanti alla spiaggia di Mondello, così, giusto per vegliare più da vicino su Palermo e sul buon esito della sua gestione politica.
Sono però convinto che anche i due mitologici mostri, prima o poi, preferirebbero raggiungere altri lidi, alla vista del disastro in cui lei ha cacciato la povera Sicilia, con migliaia e migliaia di lavoratori di ogni categoria che stanno vedendo svanire il proprio posto di lavoro, a cominciare dai quasi diecimila della formazione professionale e delle politiche attive del lavoro (ex sportelli multifunzionali), tra le cui fila si è registrato più di un suicidio, nella generale indifferenza dei media e delle istituzioni.
A dispetto dei suoi slanci cristiani, Crocetta, vedo davvero difficile la sua canonizzazione.
San Gennaro, per lo meno, fa sciogliere il sangue. Lei, invece, lo fa raggelare.

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