lunedì 23 giugno 2014

La “cristianaggine”
della settimana

di Giuseppe Verdi

Saranno i primi caldi estivi o, più probabilmente, sarà l’innata propensione cristiana a sproloquiare dai pulpiti, sentendosi investiti di un incarico divino…
Fatto sta che, periodicamente, qualche esponente del clero cattolico “spara”. Questa volta è toccato a don Tarcisio Vicario, parroco di un paesino del novarese, secondo il quale “uccidere è meno grave che convivere”, come ha scritto sul foglio distribuito alle famiglie ogni domenica, durante la messa. Secondo quanto scrive il prete, l’omicidio è un peccato occasionale, dal quale ci si può “ripulire” attraverso un pentimento sincero e il proposito vero e fermo di allontanarsi dal peccato. Secondo Vicario, invece, chi convive si trova in una situazione di infedeltà continuativa e questo status comprende anche chi abbia contratto solo il matrimonio civile, ponendosi in tal modo al di fuori del sacramento.
Una prospettiva che, a nostro modo di vedere, comprende dunque tutte le coppie che professano religioni non cristiane, in quanto, in ultima analisi, anche il matrimonio musulmano o induista pone “al di fuori del sacramento”. Si torna, dunque, alla consueta visione egocentrica, arrogante e autoreferenziale della chiesa cattolica in saecula saeculorum.
Il peccato in cui incorrono queste incaute coppie è, secondo il nostro sacerdote, grave e mortale. Le conseguenze? Sconvolgenti.
Ad esempio, una coppia convivente o sposata solo civilmente non potrà fungere da padrino e madrina, essendosi resa “inidonea” a un compito tanto oneroso come quello di “insegnare al figlioccio la corretta via cristiana”. Fin qui, comunque, possiamo pure essere d’accordo, visto che si violano regole fissate dalla chiesa e, dunque, valide solo per gli adepti del gregge.
Non possiamo però essere assolutamente d’accordo quando il parroco si permette di affermare che l’omicidio sarebbe meno grave della convivenza e che, quindi, l’omicida occasionale che sia “sinceramente pentito” torna a essere idoneo a fungere da padrino. Con buona pace dei dieci comandamenti, che, per quanto siano castronerie banali e primordiali, condannano esplicitamente l’omicidio (senza fare distinzioni tra chi lo commette in maniera occasionale e chi in maniera continuativa).
Ma si sa; agli occhi dell’olimpo cristiano, ricco di divinità e subdivinità almeno quanto quello greco-romano, è tutto relativo e, quindi, nella contorta visione etica cattolica, la persona più integra del mondo non può battezzare o cresimare un bimbo in quanto vive nell’abominio della convivenza. Al contrario, un assassino (per quanto non seriale) può farlo, ricorrendo alla panacea cattolica del pentimento.
Credo che ogni commento sia superfluo.
Dico semplicemente che, di fronte a cotanta arroganza, viene meno ogni limite e chiunque può sentirsi autorizzato a dire “meglio assassini e conviventi che preti”.

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