venerdì 20 giugno 2014

“Cristianaggini”:
il punto di vista di una collega scrittrice

Quando avevo undici o dodici anni, mi recai con la mia famiglia in visita ad uno dei santuari mariani più frequentati della Puglia: l’Incoronata di Foggia.
Dopo il consueto giro porticato-chiosco gelati-bancarelle souvenir, entrammo in chiesa. In posizione privilegiata, campeggiava una grande scala che portava alla statua della madonna, collocata in una nicchia nel luogo dove, secondo la tradizione, era avvenuta l’apparizione della santa vergine.
La fila per la salita era lunghissima, così mi accomodai tra i banchi a godermi la frescura di quelle navate.
Giunto il mio turno, mio padre mi chiamò imperioso: “Forza! Vieni a baciare la madonnina”. Ed io, secca: “Non mi va di alzarmi per vedere una statua. Non ha nessun senso”. Al che il mio devotissimo genitore, di fronte al parentado basito da cotanta impertinenza, sbottò: “Tu leggi troppo”.
Chiedo venia al mio caro papà, ma introdurre l’argomento con quest’episodio mi sembrava importante, quanto meno per contestualizzarlo da un punto di vista strettamente personale.
“Tu leggi troppo”. Come dire: maledetta intelligenza, maledetta cultura, maledetto sapere. In queste tre parole ci sono tutta l’arroganza e la pretesa di soggiogare le altrui coscienze, tipiche della religione cattolica.
Da quel rimprovero, naturalmente, io ho continuato a leggere (anche perché, sia detto per inciso a parziale riabilitazione della cara figura paterna, egli stesso finanziava tutte le mie letture, di qualsiasi genere, senza obbligarmi a scelte che non sentissi mie). Ho continuato e continuo a leggere, perché il sapere e la conoscenza non sono mai “troppo”. Soprattutto perché informarmi mi ha sempre fatta sentire al riparo dalla sgradevole sensazione di essere presa per i fondelli.
In questo percorso si inseriscono i saggi di Giuseppe Verdi, del quale apprezzo, in primis, la precisione nel citare le fonti delle sue ricerche.
La chiesa ha sempre cercato di mantenere il popolo nell’ignoranza, perché ignoranza fa rima con sudditanza. E anche il popolo, dal canto suo, spesso è appagato dalle risposte semplicistiche, purché provengano dai santi pulpiti domenicali. Salvo, poi, turarsi il naso quando si sente puzza di imbroglio e seguitare la recita dei cattolici devoti che non disdegnano l’uso della pillola ma sono contrari al divorzio e all’aborto.
Comodo cibarsi di verità preconfezionate, per non accollarsi la fatica di cercare le proprie risposte ai grandi interrogativi dell’esistenza.
L’analisi puntuale del fenomeno religioso che l’Autore compie si offre come lettura ad un pubblico di specialisti e non, in quanto le note esplicative e i rimandi alla bibliografia sono resi con scorrevolezza ed asciutta semplicità.
Verdi analizza fatti, non esprime opinioni.
L’altra arma vincente è l’ironia, nonché la totale mancanza di toni aggressivi e fanatici; espone da studioso sereno ed appassionato, di profonda serietà ed onesto impegno intellettuale.
Non cerca banalmente di “convincere” il lettore, ma si limita a condurlo per mano tra Otto per Mille e Dieci (falsi..!) Comandamenti, Sacerdozio femminile e Filosofia cristiana, Zozzerie cristiane e Trinità.
Un excursus variegato e ricco di contenuti, al termine del quale si esce più consapevoli di quelle verità che molti intuiscono, ma pochi hanno la volontà e il coraggio di affrontare.
Poiché l’opera di Giuseppe Verdi è principalmente questa: un processo di svelamento, di squarciamento degli innumerevoli veli di menzogna e ipocrisia dei quali la chiesa si è ammantata sin dal suo nascere. E come tutte le prese di coscienza, può  rivelarsi dolorosa. I cammini di crescita implicano soprattutto la scelta dell’autonomia e una certa rinuncia alla comodità e, si sa, molti adulti sono tali solo all’anagrafe.
“Cristianaggini”, dunque, rappresenta sicuramente una delle tappe obbligate per coloro che vogliono uscire dalla massa, dal gregge, osando ragionare con la propria testa; e, come tale, si inserisce nella migliore letteratura divulgativa di genere degli ultimi anni.
Un ringraziamento, infine, all’Autore, a nome dell’intero genere femminile, per aver dedicato il libro ad una delle donne più grandi di tutti i tempi: Ipazia.

Anna Rita Martire


Anna Rita Martire, nata a Foggia nel 1976, pianista e laureata in discipline musicali, svolge attività concertistica e didattica.
Sin da giovane età coltiva una grande passione per la letteratura, che la porta a soli 14 anni a vincere il I Premio “Andrea Camilleri” Roma (testo libero) e il Premio Poesia “Vita” di Verona.
Nel 2012 pubblica per Vertigo il romanzo “Senza pelle”; di forte impronta psicologica, incentrato sui temi della maternità difficile, degli abusi sui minori e della diversabilità mentale, il libro incontra l’interesse del pubblico e della stampa locale, portando l’autrice ad un tour di reading musicali in svariati centri dell’Italia centro-meridionale.
Così si è espresso Lello Vecchiarino, giornalista storico della Gazzetta del Mezzogiorno, scrittore e romanziere: “(…) scrittura piacevolmente urticante e pure lieve nel narrare la vita agra di personaggi che hanno degnazione di favole interrotte sulla strada del sentimento (…) filo narrativo utilizzato per sapientemente catturare il lettore, senza manierismi o ammiccamenti alla computer generation (…), penna d’esperienza che alla musica ritorna per farsi pagina scritta birbante e dolorosa”.
Nel maggio 2014 esce in volume la silloge poetica “Ho provato a ricucire il Cielo” (Vertigo), finalista alla III edizione del Premio Letterario Internazionale Scriviamo Insieme.
Sue liriche sono inserite nell’Enciclopedia di Poesia Contemporanea vol. 4 della Fondazione Mario Luzi.
Ha recentemente conseguito la Menzione Speciale della Giuria per la Narrativa al Premio Letterario Nazionale “U. Bozzini”, con il racconto  “Nero di Luce”, sulla tragedia dei migranti a Lampedusa.
Scrive sul giornale on-line Oblomovpress.
Appassionata di filosofia orientale, studia e pratica lo zen.

1 commento:

  1. Perbacco che bella recensione, che bella testa, che bel viso!

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