sabato 14 giugno 2014

15 GIUGNO, SAN VITO:
CANI, BALLI E BALLE

di Giuseppe Verdi

Nato, secondo la tradizione, a Lillibeo (l’odierna Mazara del Vallo), Vito sarebbe stato figlio di Ila, un senatore romano e di una nobildonna siciliana. Rimasto prematuramente orfano della madre, il bimbo avrebbe immediatamente palesato la sua indole cristiana rifiutando di succhiare dal seno di nutrici pagane, quasi percepisse la natura profana di quel latte. Fortuna volle che in paese viveva una vedova, fervente cristiana, che aveva da poco perduto anche il figlio neonato; grazie alle sue capacità extrasensoriali, Vito captò immediatamente che quello era latte cristiano e, probabilmente, ne apprezzò l’elevata densità che doveva presentare, visto e considerato che la nuova nutrice si chiamava Crescenza. Chiaramente, era stato Dio a inviare al santo pargolo quella donna cristiana, dunque “irreprensibile e santa”, sottraendolo alle deleterie tette delle “viziose e altere” pagane.
L’innata propensione cristiana di Vito si palesò ancor più allorquando il padre gli appese al collo un monile con l’effigie dei Penati: sacrilegio!!! Il bimbo cominciò a strillare con tutte le forze, fino a quando il padre dovette togliergli di dosso quel blasfemo medaglione. Con un bimbo tanto ben disposto, Crescenza trovò terreno fertile e, assunto di fatto il ruolo di madre, educò Vito alla dottrina cristiana, esaltando anche il martirio come eroico ed estremo atto di devozione a Cristo.
L’opera di “formazione” del piccolo fu poi completata dall’entrata in scena del precettore Modesto, anch’egli “segretamente” cristiano, che affiancò Crescenza nell’educazione cristiana di Vito, mentre il padre continuava a non accorgersi di nulla, forse anche perché preoccupato più che altro dalle frequenti crisi convulsive del figlio, molto probabilmente sintomo del disturbo noto come “corea di Sydenham”, poi ribattezzata “ballo di san Vito”.
Un bel giorno, il senatore dovette partire per un incontro voluto dall’imperatore Diocleziano in persona e finalizzato a prendere le misure idonee a togliere di mezzo la sempre più diffusa setta cristiana. Tanto impavidi quanto scellerati, Modesto e Crescenza approfittarono immediatamente dell’assenza del padrone di casa per battezzare Vito e, siccome dovevano essere davvero tonti, non allestirono una celebrazione semplice, ma una vera e propria festa, con tanto di altare, crocifisso e, soprattutto, con tutti i cristiani “occulti” della città invitati al palazzo. Preso dal raptus iconoclasta, dopo il rito battesimale Vito fece a pezzi gli idoli venerati dal padre.
Quando quest’ultimo fece ritorno e apprese dai servi fedeli quanto era accaduto, fece riempire di botte sia Modesto che Crescenza, ma rimase attonito nel vedere suo figlio Vito correre in difesa dei due e confessare di essere stato lui a fare scempio delle divinità pagane. Naturalmente, il senatore perse le staffe e picchiò di brutto il ragazzino, che anche durante il pestaggio non smise di osannare Gesù e la “vera fede”; infine, chiese al padre la possibilità di lasciargli dimostrare quali sovrumani poteri fossero entrati in lui grazie alla pratica del cristianesimo. Siccome un padre è sempre un padre, Ila concesse questa chance al figlio. In men che non si dica, furono condotti al palazzo malati e posseduti, che Vito, naturalmente, guarì all’istante.
Il padre, però, non si lasciò convincere e fece chiudere Vito nel più recondito anfratto del palazzo.
Ben presto, la vicenda divenne di pubblico dominio, tanto da richiedere l’intervento del preside romano, Valeriano, che, verificata l’irrecuperabile follia del bimbo, stabilì che fosse fustigato. Ed ecco il prodigio. Nemmeno il tempo di scagliare la prima frustata e Dio (o Gesù, o lo spirito santo, poco conta) paralizzò sia il braccio dei carnefici che dello stesso funzionario romano!
Tuttavia, si sa, il cristiano è incline al perdono (almeno a quei tempi) e, dietro espressa richiesta dell’uomo, Vito lo guarì così come lo aveva castigato, ottenendo di potersene tornare a casa senza un graffio, anche se Valeriano non mancò di raccomandare a Ila che “correggesse” quel monellaccio.
A questo punto, il senatore cambiò metodo e, assoldate alcune donnine del luogo, chiese loro di sedurre Vito (che, a conti fatti, non doveva avere più di 7-8 anni!). Fatto rinchiudere il ragazzo in una stanza insieme a quelle impudiche, tra musiche seducenti e profumi inebrianti, Ila attese (compiaciuto, immaginiamo) l’imminente vittoria, ma, trascorso un certo tempo, lui e la servitù furono raggiunti da un odore soave e, subito dopo, videro spalancarsi la porta della stanza e le donzelle precipitarsi fuori! Che cos’era accaduto? Ebbene, dodici angeli erano scesi a proteggere l’illibatezza del piccolo Vito, avvolti da uno splendore talmente abbagliante che le fanciulle non erano riuscite a sopportarne la vista. Lo stesso Ila, entrato nella stanza, alla vista degli angeli divenne cieco!
Ovviamente, anche stavolta il bimbo prodigioso cedette ai buoni sentimenti e guarì il padre, che però, quanto mai irriconoscente, non ringraziò il buon Gesù, ma i propri dèi.
La tensione tra padre e figlio era ormai insostenibile. Fu così che quei due vecchi volponi di Modesto e Crescenza decisero che era meglio prendere Vito e lasciare Mazara. Raggiunto il mare, vi trovarono una barchetta, pilotata naturalmente da alcuni angeli nostromi, che li condusse fino all’odierna San Vito lo Capo, dove il bimbo festeggiò il successo dell’operazione autoflagellandosi e rotolandosi in un roveto, come un giorno avrebbe fatto anche il poverello d’Assisi.
La fama di Vito si sparse ben presto nella zona, dove i suoi prodigi, unitamente alle sue crisi convulsive, lo rendevano un vero e proprio dio agli occhi della popolazione locale. Non a caso, allo stesso Modesto l’epilessia di Vito appariva come il segno di un qualche dono divino. Certo, non sempre la predicazione del ragazzo prodigio funzionava, come ad esempio con gli abitanti di Conturrana, che mandarono a quel paese la nuova fede; al che Vito, con spirito stavolta poco (o molto?) cristiano, gliela fece pagare provocando un terremoto che rase al suolo lo sventurato paese come una novella Sodoma.
Fu però nella Sicilia centrale, dove egli successivamente si mosse, che i prodigi di Vito cominciarono a farsi numerosi. Primo tra tutti, il miracolo che egli compì ricomponendo il corpo di un ragazzino sbranato dai cani randagi e ridandogli la vita. E, già che c’era, proseguì con le magie canine, resuscitando anche un uomo spolpato dai cani e riattaccando la mano a un pastore che era stato aggredito da un cane idrofobo. Di conseguenza, è probabile che i cani si acquietassero alla sola vista del ragazzo ed è forse per questa ragione che, soprattutto in Italia, san Vito viene spesso ritratto in compagnia di qualche fedele amico dell’uomo.
Le capacità di Vito, ormai, erano troppo grandi perché egli le sfruttasse solo entro gli angusti confini siculi. Per questa ragione, una notte un angelo gli annunziò che doveva trasferirsi in Lucania e lì proseguire la sua opera di evangelizzazione e i suoi miracoli.
Dalla Lucania, la fama di Vito giunse addirittura a Roma e –udite udite- fino alla corte imperiale, dove il giovincello fu fatto condurre da una nobildonna affetta da epilessia e da lui, ovviamente, guarita con la semplice imposizione delle mani. Secondo un’altra versione della leggenda, tuttavia, a essere guarito fu addirittura il figlio di Diocleziano o, meglio ancora, la figlia, che l’imperatore avrebbe concesso in sposa a Vito, a patto che rinnegasse la sua fede cristiana. L’eroico e baldo giovane, ovviamente, rifiutò e finì in prigione, venendo però liberato da Gesù in persona, che lo sciolse dalle catene con una scossa di terremoto che, quale effetto collaterale, distrusse mezza città.
Riacciuffato, stavolta Vito venne condannato a morire cotto in una megapentola piena di piombo fuso, resina e pece, realizzata appositamente per lui, Modesto e Crescenza, nel corso di uno show che sarebbe andato in scena nell’anfiteatro Flavio, che per l’occasione dovette far registrare il tutto esaurito. Manco a dirlo, un invisibile angelo divino salvò i tre dalla morte, ripetendo il miracolo subito dopo, quando un furente Diocleziano ordinò che i tre fossero gettati in un forno ardente.
A quel punto, evidentemente fuori di sé, Diocleziano decise di ricorrere agli animali feroci, ma Vito, incredibilmente, ammansì nell’ordine un leone, le “fiere del circo” e i cani idrofobi, suscitando assai probabilmente le ire del pubblico pagante, che non aveva ancora visto una sola goccia di sangue.
A quel punto, chiunque si sarebbe rassegnato, ritenendo quei tre cristiani immortali e prostrandosi ai loro piedi. Non quel miscredente di Diocleziano, però, che, cocciuto più che mai, non si dette per vinto e ordinò che fosse preparato il cosiddetto eculeo, un diabolico marchingegno finalizzato a smembrare le vittime mentre alcuni carnefici li fustigano. Ed ecco che, incredibile a dirsi, stavolta Dio non salvò Vito e i suoi due anziani genitori putativi, giudicando forse che essi meritassero il sommo onore del martirio. Era il 15 giugno del 304 e Vito aveva tredici anni.
Nei secoli successivi, il culto di Vito di diffuse in tutta la penisola e, soprattutto grazie all’opera dei benedettini, anche in Francia e in Germania e, poi, nell’est dell’Europa. Di conseguenza, aumentò a dismisura la richiesta di reliquie di Vito, il cui cadavere iniziò ad autoclonarsi per soddisfare la brama di “santi pezzi” da parte dell’universo cristiano. Tant’è vero che, oggi, l’intera Europa trabocca di frammenti del corpo di Vito.
Peccato che la maggior parte degli agiografi ritenga Vito una figura leggendaria e che il Concilio Vaticano II abbia ratificato la non esistenza di Modesto e Crescenza.
Lo stesso sito www.parrocchie.it riconosce che “la figura di San Vito è stata costruita dalla letteratura e dalla devozione popolare, più che dalla storia…Nonostante la grande devozione nei suoi confronti e la sua popolarità, la tradizione agiografica sul santo è ancora in larga misura da studiare. I codici d’età medievale che riportano la sua storia, facendola derivare dagli Acta martyrum, sono numerosi, ma non è accertabile la veridicità delle notizie fornite. Infatti, sebbene si sia cercato da sempre di reperire gli atti dei processi che condannarono i cristiani, pochissimi sono quelli autentici; la maggior parte degli Acta sono racconti redatti con grande libertà inventiva per avere materiale utile all’educazione dei cristiani”.
E questo vale per tutti i “santi e beati” dell’epoca antica, con buona pace di miracoli, prodigi e supplizi protrattisi per ore, giorni o mesi.

L'articolo è una sintesi tratta dal volume Santuzze e Santuzzi, di Giuseppe Merenda, al quale sono debitore.

1 commento: